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COSI' IMPARANO I BAMBINI

La mente del bambino? E’ malleabile. La sua capacità di imparare? Grandissima. Ma secondo il dottor Reuven Feuerstein non sempre sappiamo insegnare ai piccoli come si fa

 

di Ambra Radaelli
La Repubblica delle Donne
20 marzo 2001 - n.243

All’ “insegnare a imparare”, Reuven Feuerstein ha dedicato la vita. Ottant’anni, israeliano, è laureato in Psicologia. Dopo una lunga carriera accademica, nel 1992 ha fondato a Gerusalemme l’Icelp (International Centre for Enhancement of Learning Potential), dove applica le sue teorie su ragazzi e adulti con difficoltà cognitive.
Il P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale) di Feuerstein ha l’obiettivo di accrescere le funzioni dell’apprendimento, partendo dall’idea che l’intelligenza è modificabile in qualsiasi condizione. Figura centrale è il “mediatore”, che seleziona e organizza gli stimoli da proporre all’allievo. Il metodo utilizza 14 fascicoli di esercizi da svolgere con carta e matita: si tratta per esempio di disegni da completare, di figure da formare unendo punti, di immagini da mettere a confronto per scoprire le differenze. Il mediatore stimola la riflessione sui processi di pensiero messi in atto, senza sorvolare sugli errori. Fa notare all’allievo se ha sbagliato, per esempio, per impulsività e insegnando che: “prima di iniziare un compito è bene riflettere”. Così si educano i processi del pensiero e si potenzia la plasticità mentale.
Il metodo Feuerstein è stato tradotto in 18 lingue, e oggi è applicato in tutto il mondo. Abbiamo intervistato lo studioso durante il seminario Dalla teoria alla prassi, che Connessioni - Associazione Italiana per lo Sviluppo delle Abilità Cognitive e Relazionali ha organizzato a Milano all’inizio di marzo.

Come si sviluppa la sua teoria?
“Ero il braccio destro di Piaget, ma mi sono distaccato da lui quando ho capito che prendeva in considerazione solo l’aspetto biologico. Piaget descriveva l’evoluzione dell’individuo attraverso passaggi fissi, ordinati secondo una sequenza immutabile. In più, non considerava l’importanza della mediazione; riteneva che la persona fosse un organismo e come tale, solo interagendo con il mondo, finisse con l’imparare. o credo invece che non tutti gli individui aggiungano tutti i passaggi, e che la sequenza non sia fissa. Inoltre, senza negare il fattore biologico, non ne faccio il centro della mia teoria: secondo me è più importante la trasmissione culturale. Certo, il bimbo è esposto al mondo. Ma solo il mediatore gli può dare gli strumenti di pensiero, e mostrare il significato emotivo e morale dell’oggetto”.

Il mediatore è centrale, insomma…
“Certo. Il bambino di 7-8 mesi non ha il concetto di permanenza dell’oggetto. Quando un giocattolo scompare dalla sua vista, è come se avesse smesso di esistere. Ma se un adulto glielo ripropone più volte, a un certo punto il piccolo comincia a cercarlo. Questo mostra l’esistenza di fasi di maturazione del cervello. Ma mostra anche che esse non sono naturali: noi diciamo al piccolo cosa cercare. Anche Piaget, implicitamente, lo ha ammesso, parlando di coordinazione oculo-manuale. I bambini di 4-5 mesi amano guardare la propria mano che si muove davanti al viso. Uno dei figli di Piaget lo faceva a tre mesi: il padre glielo aveva insegnato, con esercizi specifici. E non era un bimbo precoce: infatti non svolgeva altre attività di norma precedenti a questa, perché non gli erano state trasmesse. Insomma: possiamo produrre in qualcun altro strutture cognitive altrimenti inesistenti. Possiamo creare nuove forme di pensiero; che portano a nuove forme di conoscenza”.

Nell’insegnare, lei usa disegni, simboli e grafici. A che cosa servono?
“A sviluppare funzioni, utili a risolvere problemi anche molto importanti. Non è vero che il bambino ha un repertorio oltre il quale non può andare. Alcuni si annoiano nel fare ciò che già conoscono, altri cercano nuove sfide, altri ancora hanno bisogno di superare un deficit di attenzione. In quest’ultimo caso, gli esercizi del metodo sono nettamente da preferire ai farmaci”

Uno dei perni della sua teoria è la modificabilità cognitiva: che significa?
“Significa che le strutture cognitive possono cambiare. Non solo il cervello influenza il comportamento, ma anche viceversa. Lo dicevo già nel 1945, ora è confermato dai nuovi test, che mostrano l’organo in attività in tempo reale. Le analisi evidenziano che i comportamenti nuovi si ripercuotono sul cervello; quelli consolidati, addirittura, producono mutamenti permanenti. Diversamente dalla scienza, che analizza un elemento isolandolo, l’educazione ha un approccio olistico: comprende gli aspetti cognitivi, affettivi, motivazionali, culturali.
Questo fa sì che le cose imparate siano generalizzabili, trascendano l’immediato, diventino riutilizzabili in un’occasione del tutto diversa. Non nego la componente biologica: siamo comunità di cellule. Ma non è tutto qui: basti pensare che abbiamo appena il doppio dei geni del moscerino della frutta... Ciò che ci diversifica è la cultura, l’apprendimento mediato e i bisogni che ognuno amplia di continuo”.

E possibile localizzare i mutamenti in una parte precisa del cervello?
“Non è importante. Come diceva Karl Pribram, tra i più grandi neurologi mai vissuti, il cervello è come un ologramma: un frammento contiene il tutto. Se una parte è danneggiata, per malattia o incidente, il resto dell’organo fa in modo di supplire.”

La sua esperienza con i piccoli Down è stata particolarmente significativa...
“Si. Quando ho cominciato, 35 anni fa, mi si presentavano bambini poco sviluppati, dai tratti autistici, che non parlavano né stabilivano un contatto con lo sguardo. Mi sentivo dire: "Non vorrai cambiare i cromosomi!". La mia risposta era: "Certo che no. Ma i cromosomi non hanno l’ultima parola". Ora siamo di fronte a una nuova generazione di Down: alcuni dei ragazzi che hanno seguito il nostro metodo lavorano come assistenti di anziani e handicappati, altri sono nell’esercito, altri studiano fino alle superiori. Abbiamo visto emerge re intelligenze cui nessuno credeva”.

La modificabilità cognitiva ha un valore oltre la scienza?
“Certo. Un libro Usa, The Bell Curve: Intelligence and Class Structure in American Life (di Charles Murray con Richard J. Herrnstein, Free Press 1994) sosteneva che l’intelligenza fosse immutabile: c’è chi nasce intelligente e chi no. Nulla di nuovo: per secoli si è creduto questo. Freud ha riconosciuto il ruolo del trattamento nella schizofrenia e nell’isteria, ma senza mettere in discussione che il malato rimanesse tale per sempre. Il libro di Murray e Herrnstein, però, dice una cosa importante: in futuro, solo gli intelligenti saranno necessari. Agli altri resterà il ruolo di consumatori del lavoro dei primi. Inoltre saranno un onere per la società, perché la mansioni manuali, che si fanno senza pensare, non serviranno più. Nella storia abbiamo già visto momenti in cui determinate persone sono state considerate superflue... La teoria della modificabilità cognitiva non è un lusso: salva la vita. Dà a ciascuno la speranza di far parte della società”.

A chi è applicato il metodo Feuerstein?
“Alle persone con lesioni cerebrali, anche importanti; giovani cui è stato rimosso il lobo frontale, o la parte sinistra del cervello. A ipovedenti, pazienti post-comatosi, vittime di ictus. Ne stiamo testando l’efficacia sugli autistici. Non è tutto: i test sul cervello di cui ho parlato prima rivoluzionano anche il concetto di invecchiamento, che finora si pensava portasse a una perdita di neuroni irreversibile. Invece, alcune aree neuronali si rigenerano indipendentemente dall’età. Quindi, pure gli anziani possono beneficiare della terapia. Trattiamo poi bambini e adulti normali, che vogliono acquisire un metodo per imparare. Oggi il mondo pone sfide sempre nuove, una su tutte la rivoluzione tecnologica: molti lavoratori ci chiedono di renderli più flessibili. Infine, i piccoli superdotati (secondo le statistiche, il 20% dei bimbi), che spesso hanno enormi difficoltà a scuola: arrivano a capire per intuizione, e quindi non si preoccupano di sviluppare un metodo di apprendimento. Ma quando l’intuizione non funziona, sono guai.
L’intelligenza può essere un ostacolo, lo dico: non siate intelligenti, siate persone che apprendono”.

La sua teoria è utile anche a soggetti sani, ma con problemi psicologici?
“Sì. Rende l’individuo capace di resistere al dolore affettivo, attraverso strumenti razionali. Il sentimento negativo non viene cancellato, ma affiancato da un altro positivo. Se, poniamo, una persona non riesce a perdonare suo padre, noi le proponiamo un approccio più elevato: mettersi nei panni del genitore, vedere i fatti in un contesto culturale. Gli diamo gli strumenti cognitivi per comprendere, e perdonare. Funziona meglio della catarsi freudiana”.

Il metodo è praticato da vari popoli. C’è un esempio di "successo etnico"?
“Ci piace lavorare con popoli considerati ineducabili e inadattabili, e dimostrare che non è così. Un esempio di cui andiamo fieri? Gli immigrati etiopi in Israele. La comunità originaria, arrivata dieci anni fa, contava 60 mila persone, 1’1% della popolazione. Ora siamo alla seconda generazione, quella per cui i genitori sognano l’università, il successo. Invece, i bambini finivano quasi tutti alla scuola per ritardati. Il nostro progetto, nato su richiesta del ministero dell’Educazione, ha mostrato come i piccoli etiopi avessero la capacità di imparare, ma non le funzioni richieste da un sistema scolastico così diverso. La società africana è pre-letterata: la cultura, molto ricca, si trasmette oralmente”.




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